29 gennaio 2007

Intervista a Pierre Lévy


E' un filosofo di cultura virtuale contemporanea. Vive a Parigi e insegna al Dipartimento di Hypermedia all'Università di Paris VIII, a Saint Denis. Ricercatore che si è formato con Michel Serres e Cornelius Castoriadis, e si è specializzato a Montreal, approfondendo le modalità di approccio ipertestuale.
Ha sviluppato, assieme a Michel Authier, un concetto di rete conosciuto come "Alberi della conoscenza".
Lévy è anche interessato alla intelligenza collettiva studiata in un contesto antropologico. E' uno dei più brillanti "media philosopher" del momento ed è seguito in Italia nel mondo cyber e multimediale fin dalla pubblicazione del suo libro Le tecnologie dell'intelligenza.
In italiano è stato pubblicato anche il suo libro L'intelligenza collettiva. Per un'antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, 1996. Ecco un intervista fatta a Pierre Lévy, del 1995, sull’intelligenza collettiva:




Domanda: Pierre Lévy, lei ha dedicato un libro all'intelligenza collettiva, a un'antropologia del cyber-spazio. Che cos'è?




Risposta: Credo che le nuove tecnologie di comunicazione e, in particolare, le tecniche di comunicazione su supporto digitale aprano prospettive completamente nuove. Quello che tento di fare con questo libro è di vedere quali sono, fra tutte le possibilità, quelle più positive da un punto di vista sociale, culturale e politico. E mi sembra che questo dell'intelligenza collettiva sia un vero e proprio progetto di civilizzazione che parte dalle nuove possibilità che si stanno aprendo. Che cos'è l'intelligenza collettiva? In primo luogo bisogna riconoscere che l'intelligenza è distribuita dovunque c'è umanità, e che questa intelligenza, distribuita dappertutto, può essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche, soprattutto mettendola in sinergia. Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l'una con l'altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Detto in modo assai generale, per grandi linee, è questa in fondo l'intelligenza collettiva.


Domanda: Il progresso si trova oggi di fronte ai problemi dell'etica, per esempio al problema dei valori. Ci può essere un'etica dell'intelligenza collettiva?


Risposta: Certo, c'è un'etica dell'intelligenza collettiva. Credo che oggi si cerchi di sfruttare, di valorizzare al massimo, per esempio, le ricchezze e i beni economici. Sul piano ecologico si cerca di evitare gli sprechi e ci si rende conto che ciò che più va sprecato, che è meno valorizzato, che è meno preso in considerazione, è forse proprio ciò che è più importante e cioè i valori e le qualità propriamente umane, le qualità degli esseri umani viventi, ed in particolare le loro competenze, ma non soltanto quelle, piuttosto l'insieme delle loro qualità umane. Credo che abbiamo oggi i mezzi tecnici per valorizzare e non sprecare queste ricchezze umane. Se si prende, per esempio, il fenomeno della disoccupazione, si capisce che si tratta di un enorme spreco di competenze umane - lo si potrebbe definire proprio così - ma anche nel lavoro classico, nel lavoro taylorista, in cui si mette una persona a un certo posto per eseguire un compito ben determinato, c'è un enorme spreco di ricchezze umane. L'etica dell'intelligenza collettiva consiste appunto nel riconoscere alle persone l'insieme delle loro qualità umane e fare in modo che essi possano condividerle con altri per farne beneficiare la comunità. Quindi mette l'individuo al servizio della comunità - ma per fare questo bisogna permettere all'individuo di esprimersi completamente - e al tempo stesso la comunità al servizio dell'individuo - poiché ogni individuo può fare appello alle risorse intellettuali e all'insieme delle qualità umane della comunità. A grandi linee è questa la prospettiva dell'intelligenza collettiva, a cui, beninteso, si oppongono tutti i giochi di potere, di oppressione e di dominio.
Ritroviamo qui la battaglia per l'emancipazione: se non è possibile rimuovere questo aspetto negativo della vita sociale, bisogna almeno tentare di contenerlo nella giusta misura.

Domanda: Questa etica della comunicazione deve essere basata sul consenso, sul principio maggioritario, sulla discussione?

Risposta: No, proprio non può essere regolata dal principio maggioritario. Per questo bisogna capire bene la natura delle nuove tecniche della comunicazione a supporto digitale. Nella comunicazione mediatica tradizionale, per esempio la stampa, la radio, la televisione, c'è un centro di emissione e un gran numero di ricettori che sono insieme passivi, perché non c'è reciprocità nella comunicazione, e, soprattutto, isolati gli uni dagli altri. Allora, dal punto di vista dell'intelligenza collettiva, questo fatto è interessante, perché tutti partecipano alle stesse rappresentazioni, emesse dal centro, ma non c'è interattività, non c'è costruzione collettiva. Un altro schema di comunicazione possibile è quello del telefono: qui c'è reciprocità nella comunicazione, ma non c'è costruzione collettiva. La comunicazione passa semplicemente da individuo a individuo. Con il cyber-spazio, con i forum di discussione elettronici, con Internet o anche su scala più ridotta con le BBS su scala di impresa o di associazione o di quartiere c'è la possibilità non solo che uno emetta verso tutti, non solo che uno comunichi facilmente con un altro, come sulla rete telefonica, ma che tutti possano comunicare con tutti. Si crea dunque un contesto comune, ma questo contesto comune non risulta più dall'emissione di un centro, risulta dall'apporto di ciascuno alla discussione collettiva. Credo che il vero, autentico atto di comunicazione è quello che consiste nel costruire in cooperazione un universo di significati comune, nel quale ognuno si può situare. Nessuno è obbligato a condividere le idee degli altri: semplicemente si partecipa allo stesso universo di significati, allo stesso contesto. Secondo il mio modo di pensare, non si tratta affatto di arrivare a un consenso, per fare in modo che la maggioranza governi. Questa è in un certo modo la democrazia rappresentativa classica. Credo invece che ognuno può, mediante questo sistema, prendere posizione, sviluppando una argomentazione assolutamente singolare. Si potranno formare anche delle maggioranze, tante maggioranze per quanti sono i problemi. E questo farà sì che un individuo possa avere su un dato problema una certa posizione e su un altro problema un'altra posizione e non essere semplicemente incluso in una grande categoria massiccia di persone che condividono tutte le stesse idee. Al contrario si può arrivare a differenziazioni molto sottili.

Domanda: Quali sono tuttavia i pericoli di questa tendenza?

Risposta: Pericoli certo ve ne sono. Direi che questa prospettiva dell'intelligenza collettiva, che permette alle persone di unire le loro forze intellettuali, la loro immaginazione, le loro conoscenze, eccetera, era la prospettiva di coloro che hanno costruito questo sistema e si potrebbe dire che, in un certo senso, è il risultato di un vero movimento sociale. Non c'è nessuna grande società, nessun governo che ha deciso di costruire Internet: è un fenomeno del tutto spontaneo, è il movimento sociale di una gioventù cosmopolita di diplomati, che si interessano ai fenomeni dell'intelligenza collettiva. Ciò che accade oggi è che il cyber-spazio, costruito da un movimento sociale di gente che condivideva questa utopia, è recuperato dai governi che ne vogliono fare una specie di apparato collettivo, di grande televisione, e che spesso non capiscono che la televisione interattiva è una contraddizione in termini: la televisione non può essere interattiva, se no non è più televisione; o ha una interattività estremamente limitata. Oppure è recuperato dai commercianti, dalle grandi imprese, che vedono in esso l'occasione di sviluppare un immenso mercato, un nuovo spazio di vendite, uno spazio mobile, in definitiva. Non credo affatto che sia qualcosa di puramente negativo il fatto che sia investito dal mercato capitalistico. Ma sarebbe veramente un peccato che questo aspetto commerciale sopprimesse o si sostituisse completamente all'altra dimensione. Sarebbe un po' come nei paesi dell'Est quando dicono: ci siamo battuti per la democrazia e abbiamo ottenuto il capitalismo. Io dico che ci vuole il formaggio e la frutta. Perché non sviluppare nuovi mercati? Ma a condizione che il mercato non faccia passare in secondo piano le altre dimensioni, che sono l'aumento di ricchezze umane e di civiltà. Per me questo è il pericolo principale. Altri, in un'ottica un po' paranoica, parlano di controllo eccetera. Non sono molto sensibile a questo aspetto, in primo luogo perché tutti i sistemi di comunicazione sono stati usati dalla polizia, a cominciare dalle poste: si sa che le lettere sono state sempre aperte dalla polizia. Oggi se un servizio di spionaggio o di contro-spionaggio vuole intercettare le comunicazioni telefoniche lo fa. Si può fare anche nel cyber-spazio, ma da questo punto di vista non c'è nessuna novità qualitativa secondo me. Anzi forse è più difficile, a causa della pratica del linguaggio cifrato.



L'universalità senza totalità di cui parla Pierre Levy è quella che si realizza in una comunicazione globale che tiene conto di tutte le differenze e le eterogeneità del cyberspazio .
Il virtuale non è affatto qualcosa di opposto al reale ma è, piuttosto, qualcosa che esiste potenzialmente, con possibilità di attualizzazione inventiva .Ciò che stiamo vivendo oggi con lo sviluppo dell'informatica e del cyberspazio è un prolungamento del processo di virtualizzazione proprio dell'uomo. Tutto un nuovo universo tecnico si sviluppa con il digitale e parallelamente si inventano nuove forme di relazione economiche o di altro genere tra le persone, con la mediazione del cyberspazio. Ed è da questo processo di virtualizzazione delle relazioni che nascono le comunità virtuali. Ma non si tratta di comunità che non esistono o che non hanno corpo; al contrario, sono comunità che prendono corpo con l'effettiva interazione .Gli strumenti di conoscenza di base, anche per sapersi orientare nella società informatica, li fornisce sempre la scuola. E' lì che si impara a leggere e scrivere e a gestire l'informazione .L'informazione è, ormai, una delle fonti principali di lavoro e guadagno e questo significa che in parte chi produce informazione ed è connesso al resto del mondo può appropriarsi, grazie all'uso del computer, dei mezzi di produzione stessi .Nel cyberspazio c'è più uguaglianza e libertà di espressione: chiunque può pubblicare liberamente, senza dover ricorrere alla mediazione dell'editore. Ci sono due vie che si aprono allo sviluppo della cybercultura: da un lato si può andare verso l'intelligenza collettiva, d'altro lato si può riprodurre il funzionamento dei media tradizionali su una scala più grande, con un po' più di interattività, ma restando nello schema classico: emittenti da un lato e ricettori dall'altro. Le tecnologie digitali accentuano il processo di esteriorizzazione della memoria, iniziata con l'invenzione della scrittura, e contribuiscono alla sua collettivizzazione. In passato gli spazi di vita erano sovrapposti gli uni agli altri; oggi, nel cyberspazio si assiste ad un continuo processo di dissociazione di spazi diversi.


By Selena

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